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Treemonisha a Firenze

Parlano i protagonisti

 

Incontriamo Stefano Zenni, docente di “History of Music of XX and XXI Century” presso la New York University di Firenze e presidente della Società italiana di musicologia afroamericana (SidMA), consulente per il progetto Treemonisha a Firenze.

Treemonisha di Scott Joplin a Firenze: una sorpresa inaspettata?
Si, del tutto inaspettata. Le esecuzioni di quest’opera nel mondo sono rare e lontane tra loro nel tempo. In Italia è assente da tempo nei teatri: credo che le messe in scena negli ultimi trent’anni si contino sulle dita di una mano. E messa in scena è una parola grossa, perché in genere si tratta di versioni da concerto o semisceniche.

Puoi raccontarci brevemente chi era Scott Joplin e cosa rappresenta per la musica del primo Novecento?
Joplin è stato, insieme a Charles Ives, il più grande compositore americano dei primi del Novecento. E’ stato il più grande compositore di ragtime, un genere colto, di composizione pianistica scritta, che per la prima volta fonde in modo compiuto e complesso aspetti della tradizione colta europea con aspetti della tradizione colta e popolare afroamericana. In Joplin confluiscono, in un disegno musicale nitido, ricco, complesso, sfaccettato, suoni e culture diversi. Questo nuovo suono ha avuto un impatto enorme sulla musica e sui costumi dell’Occidente, poiché ha portato una ventata di libertà ritmica che ha favorito il nascere del ballo moderno, del divertimento di massa e della liberazione corporea. Insomma, quella fusione di complessità di pensiero compositivo e libido psicofisica che poi esploderà con il jazz è già nell’arte di Joplin.

Quale, a tuo parere, il valore di un’opera come Treemonisha e perché è così poco rappresentata?
Joplin scrisse due opere, A Guest of Honor e Treemonosha. La prima è andata perduta  anche se ci rimangono brani probabilmente tratti da quell’opera. Treemonisha dunque è l’unica testimonianza del talento teatrale di Joplin ed è il caso unico di un’opera ragtime. Nel primo decennio del Novecento in realtà compositori neri come James Reese Europe e Will Marion Cook dominavano New York, compresi i palcoscenici di Broadway, e proponevano riviste e spettacoli intrisi delle nuove danze nere, come il cake walk (che è un precursore del ragtime). Ma quella di Joplin è una vera opera, e rappresenta un unicum nella musica teatrale classica, poiché al suo interno è dispiegata la ricchezza della musica folk e urbana degli afromaericani per raccontare una vicenda di emancipazione culturale.
La scarsa fortuna di Treemonisha è una maledizione che l’accompagna dall’inizio: Joplin - che la ultimò nel 1910 - non riuscì a farla rappresentare se non in una fallimentare versione semiscenica basata sullo spartito per canto e pianoforte. Il lavoro è stato riscoperto solo nel 1972. E non esiste un’orchestrazione, cosa che solleva varie problematiche a livello di strumentazione. E poi c’è la difficoltà di mettere in scena una storia legata al folclore afroamericano, cosa che richiede specifiche competenze di direzione, canto e regia.

Sei presidente della SidMA (Società italiana di musicologia afroamericana), che tipo di attività svolgete?
La SIdMA è un’associazione che lavora alla promozione e alla conoscenza di qualsiasi musica afroamericana, dal jazz al ragtime, dal blues alla classica. Produciamo riviste di musicologia, di pedagogia e didattica, sosteniamo la produzione di cd e progetti di ricerca di varia natura. Abbiamo soci in tutta Italia, sia appassionati sia istituzioni come i conservatori.

Sappiamo che insieme all’associazione Chianti Lirica stai organizzando degli incontri ‘preparatori’ su Joplin e Treemonisha in vista dello spettacolo, vuoi anticipare qualcosa?
Il 12 maggio presso la Scuola di Musica Verdi Prato, alle 21.00, ci sarà una mia conferenza divulgativa con ascolti e proiezioni che consentirà di conoscere meglio la musica di Joplin e di entrare, attraverso una guida all’ascolto, nelle pieghe di Treemonisha. E poi un’altra grande sorpresa che per ora non voglio anticipare…

Cosa ti piacerebbe che rimanesse nel pubblico di Firenze dopo la messa in scena di Treemonisha firmata dall’associazione Chianti Lirica?
Lo stupore e l’eccitazione di aver scoperto qualcosa di meraviglioso che non si conosceva, la possibilità di poter riascoltare un capolavoro ingiustamente dimenticato e l’opportunità di riflettere sulla storia della musica del Novecento e i suoi valori. Joplin è stato un gigante ed è tempo di collocarlo sull’alto scranno che merita.



 

 

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