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Treemonisha a Firenze

Parlano i protagonisti

 

Incontriamo Milton Fernàndez, il regista di Treemonisha, che curerà anche i costumi e le scenografie dello spettacolo. Attore, regista, scrittore.

 

Entriamo subito nel vivo: cosa e chi vedremo in scena?

Ho pensato subito a un allestimento essenziale, con una scenografia costruita sugli elementi umani di questa bellissima storia; personaggi vivi, forti, che riescano a trasmettere con tutta la loro fisicità i contenuti della narrazione. Coristi, danzatori e solisti saranno sempre sul palco, senza distinzione, coinvolti nel ritmo, direi ancestrale, di Joplin.

L’assenza di interpreti di colore ha condizionalo le tue scelte?
Fin dall’inizio io, e tutto lo staff del progetto, abbiamo pensato che sarebbe stata una forzatura ‘mascherare’ gli attori o ricorrere al trucco, una scelta che, personalmente, penso avrebbe avallato un pregiudizio al contrario: in quanto bianchi non siamo in grado di interpretare questa musica se non ricorrendo all’artificio. La mia idea è che la musica vada ben al di là del colore della pelle. La musica è libertà, sempre! Così lo è (o dovrebbe esserlo) il teatro. Perché dobbiamo pensare ad Amleto soltanto come il pallido ed emaciato principe di Danimarca? Il tormento della sua anima è trasmesso solo dal suo viso? A me piace l’idea pirandelliana di un personaggio non del tutto finito, non de-finito, un carattere capace di ribellarsi alla carta in cui è imprigionato, alla sua epoca, perfino al suo autore, al punto di uscire per strada a cercarne un altro. Sono loro, i personaggi, che sopravviveranno al loro creatore.

Per tornare a Treemonisha, il poeta martinicano Aimé Césaire coniò un termine che a me piace particolarmente: negritudine. Sosteneva che essere di colore era un concetto vasto, un modo di parlare, di muoversi, di amare, di sentire, di concepire l’esistenza. La mia intenzione è quella di avvicinarci con rispetto e ammirazione a questo mondo e di cercare di interpretarlo attraverso le emozioni e il suo spirito. Ci sarà comunque una sorpresa finale al riguardo ma non voglio svelare nulla per il momento….

Il ritmo sembra un elemento portante dello spettacolo, è così?
Decisamente. Non penso a un corpo di ballo professionale, ma a una danza collettiva, un movimento costante sulla scena. Vorrei che ci avvicinassimo all’energia che si crea in una milonga, in un candomblè, in un qualsiasi cortile di un villaggio contadino agli albori del secolo scorso, dove l’ambiente popolare e la povertà del contesto non trasmettono tristezza o senso di miseria, ma energia.

Da quando ho cominciato a entrare in questa storia non sono riuscito a slegarmi dalle immagini che un giorno mi aveva regalato Garcìa Màrquez leggendo il suo Cent’anni di solitudine. Macondo, quel villaggio ancestrale  e variopinto nel quale i suoi abitanti riescono a tingere la realtà con tinte smaglianti, forse per farla diventare più accettabile. Un regista americano, che portò in scena Treemonisha nel ’75, diceva che quest’opera è un Flauto magico all’americana. Ecco, una fiaba appunto. Ed è quello che mi piacerebbe ricreare al Saschall di Firenze.

Una fiaba, ci spieghi meglio?
Torno a parlare di Macondo, dove il quotidiano è gioco, azione e anche il mago Melquiades, che non è uno dei personaggi principali, gioca un suo ruolo essenziale (lui arriva da ogni viaggio con il portento della meraviglia, è il magico ciarlatano che gli abitanti di quel pianeta semplice e schietto, non possono fare altro che accettare). Un realismo magico in cui realtà e fantasia si fondono, sentimenti e sensazioni prevalgono e il dramma non sfocia mai in tragedia.

Mozart scrisse Il Flauto magico in una bettola… Joplin pressappoco nelle stesse condizioni, mi piace pensare che la musica (come i miracoli) possa nascere dappertutto.

Ho adorato Peter Broock con la sua Carmen scarna, il suo Mahabarata, il suo magico Flauto, più mozartiano che mai, proprio in virtù della sua essenzialità. Piccoli elementi grafici e veri esseri umani in scena, non macchine rappresentative di un’umanità lontana.

Cosa vorresti che rimanesse nel pubblico di Firenze dopo lo spettacolo?
Innanzitutto spero che il pubblico venga coinvolto fisicamente dallo spettacolo, vorrei vederlo muoversi sulle poltrone, vedere che la musica ne attraversi il corpo, magari (senza far troppo rumore) tenere il ritmo con i piedi…  Ecco, che si lasciasse andare e guardasse lo spettacolo con gli occhi e il cuore di un bambino, questo mi piacerebbe….  Qualcuno sosteneva (credo fosse Coleridge) che per poter godere di un buon libro bisogna spogliarsi del proprio scetticismo. Penso che valga anche per il teatro. Lasciamoci coinvolgere, permettiamoci di passare dall’altra parte dello specchio. Il viaggio sarà sempre fantastico, a patto di essere in grado di vedere, e di ascoltare, con tutti i sensi, come una volta siamo stati capaci di fare.   

Per questo mi è subito piaciuta l’idea dell’associazione Chianti Lirica di scegliere un teatro come il Saschall, un teatro che ha un volo di farfalla per soffitto, un respiro di libertà; un luogo dove poter arrivare in smoking ma anche in jeans…. anzi mi piacerebbe proprio vederne tanti in giro. 

 

 

 

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