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Treemonisha a Firenze

Parlano i protagonisti

 

Incontriamo Maria Cristina Bisogni, soprano lirico, interpreterà Monisha.

Conoscevi già l’associazione Chianti Lirica?

Il primo incontro con Chianti Lirica risale a qualche anno fa. In occasione della messa in scena del Ballo in maschera di Verdi al Comunale, l’associazione organizzò una presentazione in anteprima al Teatro Niccolini di San Casciano coinvolgendo alcuni cantanti solisti. A dire il vero, appena mi vide il presentatore della serata rimase molto perplesso…. gli occhi parlano e ho intuito subito nel suo sguardo qualche dubbio. Io, infatti, non rientro certo nei canoni tradizionali delle cantanti liriche: donne imponenti e decisamente big size…… ma appena iniziai a cantare, quello sguardo si sciolse in un sorriso compiaciuto.

Ci racconti qualcosa di te?

Mi sono diplomata in canto al Conservatorio di Salerno e in musica vocale e da camera in quello di Firenze, dove sono arrivata nel 1989. All’Accademia Chigiana di Siena ho frequentato il corso di canto e liederistica di Daniel Ferro. All’inizio della mia carriera mi sono dedicata al repertorio barocco, per passare poi a quello romantico e contemporaneo.

Scott Joplin e Treemonisha: cosa ci puoi dire del progetto fiorentino?

Treemonisha è un’opera lirica che viene eseguita raramente, lo scorso anno è andata in scena al Theatre du Chatelet di Parigi dopo un periodo di assenza che durava da anni nei teatri europei. Nella tradizione operistica, il tema ricorrente è l’amore, Joplin, invece, in Treemonisha sceglie la ragione sociale, mette al centro della storia un popolo, quello afroamericano a cui lui stesso apparteneva. E non è un caso che scelga come simbolo della sua opera un albero, considerato un elemento sacro nella cultura africana. Il progetto Treemonisha ha, senza dubbio, un importante valore culturale e non solo per la città di Firenze. Ci sono diversi generi musicali che oggi vengono eseguiti di rado.

Ci vuoi fare degli esempi?

La zarzuela, per esempio! E’ un genere lirico-drammatico spagnolo che nel ‘600 introdusse per la prima volta a teatro la grande orchestra, il coro, le canzoni e persino il ballo, che non è più considerato un elemento decorativo dello spettacolo ma parte integrante della messa in scena. Un altro genere è l’operetta che in Itaia riesce ad avere l’attenzione che merita in un teatro stabile solo a Trieste. Io sono convinta, invece, che sia fondamentale aprirsi alle altre culture. La musica, in quanto arte non ha barriere, non ha confini. In Italia, stiamo vivendo un momento triste per la musica e per la cultura in generale. I teatri lirico-sinfonici attraversano una grave crisi, alcune sale cinematografiche hanno chiuso e spesso vengono sostituite da spazi commerciali.

Tu hai un’idea su come invertire questa tendenza?

Innanzitutto non taglierei i fondi alla cultura, ma li controllerei e poi agirei sui giovani. Nelle scuole le ore dedicate alla musica sono ancora quelle in cui si insegna a suonare il flauto…. non è l’unica strada da percorrere! La guida alla musica si deve fare in altro modo, proponendo esperienze di ascolto e coinvolgimento diverse. In passato, un ruolo centrale per la diffusione della musica era svolto dalle bande, nei piccolo centri del Sud Italia ma anche nel resto del paese. La tradizione bandistica avvicinava alla musica persone di ogni età e riusciva a diffondere una sensibilità musicale che passava poi di generazione in generazione. A casa mia, per esempio, la musica era un elemento costante: mio padre suonava il clarinetto e mio nonno era direttore di banda. Io sono cresciuta tra le note e credo che questo sia uno dei modi per ‘formare’ una persona e fargli amare non solo la musica, ma anche la cultura. Se cominci a ‘occuparti’ di musica, non puoi non occuparti di teatro, di letteratura 

Ci parli del tuo personaggio?

Monisha è sicuramente il personaggio più sentimentale della storia. Insieme alla direttrice del Coro, Johanna Knauf, stiamo lavorando per renderne il fraseggio meno italiano, meno classico. Monisha è un personaggio centrale della storia. E’ lei che racconta alla giovane Treemonisha la vera storia della sua nascita, il suo ritrovamento sotto l’albero ‘sacro’. E’ lei che vuole per la figlia un’educazione migliore e per questo sceglie di affidarla a una donna bianca. E’ lei che innesca il processo di cambiamento della comunità attraverso le scelte della figlia. Monisha rappresenta l’amore materno, l’accoglienza, il coraggio. Quando la figlia viene rapita esprime tutto il suo dolore ma anche una grande forza, un sentimento che ha unito sempre le donne, di ogni generazione….

Cosa ti piacerebbe che rimanesse nel pubblico dopo la messa in scena di Treemonisha firmata dall’associazione Chianti Lirica?

Io spero che a vedere lo spettacolo venga anche il pubblico dell’opera. Vorrei che questa proposta venisse considerata parte integrante della stagione operistica fiorentina.

I tuoi progetti per il futuro?

Mi piacerebbe riproporre la Voix humaine di Poulenc, monologo impegnativo ma di grande soddisfazione, e brani a voce sola come La lettres de la religieuse portugaise di Valentino Bucchi.



 

 

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