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Treemonisha a Firenze

Parlano i protagonisti

 

Incontriamo Roberto Becheri, docente e musicologo, che ha curato l’orchestrazione di Treemonisha per l’associazione Chianti Lirica.

Ci racconta quale è stata la sua prima reazione alla proposta di orchestrare Treemonisha di Scott Joplin?

Sono rimasto sorpreso perché non immaginavo che l’orchestrazione di Joplin non si fosse mai ritrovata o che, forse, non sia mai stata scritta.

Quali ritiene siano stati gli elementi forti e quelli più deboli dell’orchestrazione di Schuller?

Il primo punto debole è che Schuller ha operato molti tagli. In un’opera lirica non trovo biasimevole fare dei tagli: lo si è sempre fatto da che esiste il melodramma. Ma qui a mio giudizio Schuller ha un po’ esagerato e siccome la sua orchestrazione è quella più nota, ne consegue che la stragrande maggioranza del pubblico non ha mai ascoltato l’opera così come l’aveva concepita Joplin.

Il secondo punto sta nella scelta di Schuller di utilizzare una grande orchestra. E’ noto che Joplin aveva fissato un’esecuzione al “Lafayette Theatre” nell’autunno del 1913 e, malgrado il progetto non venne poi portato a termine, in quell’occasione Joplin avrebbe avuto a disposizione un’orchestra di 25 elementi. Non possiamo escludere che ne avrebbe preferiti di più, ma probabilmente non sarebbero stati molti di più, perché se la differenza fra 25 e il numero che riteneva necessario fosse stata cospicua, logicamente non avrebbe acconsentito all’esecuzione. Per questo fatto ritengo che Joplin non pensasse a una grande orchestra, come invece Schuller ha preferito.

Il terzo punto sta nella scelta degli strumenti. Leggendo lo spartito di Treemonisha ho constatato un linguaggio musicale a metà strada fra l’opera lirica europea e il ragtime. Pertanto nella mia orchestrazione ho scelto di escludere strumenti troppo “colti”, come il corno inglese, o troppo popolari, come il banjo, inserendo piuttosto timbri tipici, come il quartetto dei saxofoni. Questa ricerca di un punto d’equilibrio fra l’opera lirica e il ragtime non è solo un’idea mia: è lo stesso Joplin che ce la suggerisce in un’intervista del 1913: …la mia opera Treemonisha non è ragtime… ho utilizzato il ritmo sincopato tipico della nostra cultura… ma l’intera partitura è quella di una grande opera.

A parte questi limiti nella partitura di Schuller, va detto che stiamo parlando del lavoro di un eccellente orchestratore cui va comunque il merito di aver resa nota quest’opera al pubblico.

Quale, a suo parere, il valore di un’opera come Treemonisha nel panorama musicale contemporaneo?

Innanzitutto ha un valore storico, perché Joplin ha composto un’opera con soli personaggi di colore più di vent’anni prima di Porgy and Bess di Gershwin. Inoltre il soggetto di Joplin, dal punto di vista del contenuto, è molto più pregnante della storia narrata in Porgy and Bess: in Joplin c’è una morale, ed è che la popolazione di colore può emanciparsi attraverso l’istruzione. Un messaggio, questo, decisamente significativo e quasi di denuncia, per i primi anni del ‘900 negli USA. Perciò non mi meraviglio che Joplin abbia incontrato così tante difficoltà a far eseguire Treemonisha (riscoperta solo negli anni ’70). Si pensi che gli editori ben volentieri stampavano la sua musica, ma per vedere pubblicata Treemonisha Joplin fu costretto nel 1911 a editarla a proprie spese. Possiamo quindi affermare che l’opera ha: un valore musicale rappresentato dal tentativo di fondere il genere operistico con i ritmi del ragtime; un valore morale nell’importanza data all’istruzione per l’emancipazione sociale della popolazione di colore; e un valore storico per il tentativo, condotto poche altre volte nel mondo dell’opera lirica, di mettere in scena solo personaggi di colore.

Cosa Le piacerebbe che rimanesse nel pubblico di Firenze dopo la messa in scena di Treemonisha firmata dall’associazione Chianti Lirica?

La consapevolezza di aver ascoltato l’opera di Joplin in versione integrale e con un’orchestrazione filologica. Sarei felice se il pubblico si rendesse conto che questa è la prima volta che si è tentato di eseguire Treemonisha in maniera rigorosa, sforzandoci di restituire l’opera così come ci risulta sia stata concepita da Scott Joplin.



 

 

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